Chulilla sta nell’entroterra di Valencia, appollaiata su uno sperone di roccia. Ma quello che porta qui la maggior parte di chi arriva non si vede dal paese: bisogna scendere. Sotto le case il fiume Turia ha tagliato una gola dalle pareti quasi verticali, e in fondo a quel taglio l’acqua si ferma in una pozza che a seconda della luce vira dal verde all’azzurro. Si chiama Charco Azul, in spagnolo «pozza azzurra».
Conviene dirlo subito, perché cambia il modo in cui ci si prepara: non è una piscina attrezzata, è un fiume. Ci si arriva a piedi in una quarantina di minuti dal centro del paese, e quello che si trova è acqua corrente, con temperatura e livello che decidono loro.
Come ci si arriva, e dove si lascia l’auto
Il paese dista circa 60 chilometri da Valencia; in auto si prende la CV-35 e poi la CV-37. Da lì comincia il problema pratico più comune: Chulilla è un borgo di strade strette e i posti auto nel centro storico sono pochi, una scarsità che si sente in particolare nei fine settimana e in estate. Meglio lasciare la macchina nella fascia esterna del villaggio e fare a piedi l’ultimo tratto fino alla Plaza de la Baronía.
Quella piazza non è solo il parcheggio di ripiego: è il punto di partenza. Porta il nome della Baronía, la signoria locale istituita nel 1274, e da lì parte il percorso segnalato come SL-CV 74. La sigla suona tecnica ma indica un sentiero locale, cioè un itinerario breve e segnato apposta, con i cartelli che nominano direttamente il Charco Azul.
C’è anche un secondo ingresso, più a sud: dalla piscina comunale e dal cimitero si scende nella parte bassa del paese, la Barranquilla, e da lì una strada scende quasi fino al fiume: vicino all’impianto di depurazione si può lasciare l’auto. La differenza sta nel ritorno: al Charco Azul si arriva scendendo, e la risalita te la ritrovi alla fine.
Quaranta minuti di discesa: cosa si attraversa
I primi metri non hanno niente di selvatico: si attraversa il paese vero, per vicoli in pendenza, lungo la calle Santa Bárbara e la zona chiamata Las Cuevas. Poi le facciate si diradano e sotto compaiono gli orti coltivati a ridosso dell’abitato.
Da lì il paesaggio cambia registro. Il sentiero raggiunge il canyon del Turia — una gola, cioè una valle strettissima con i fianchi a picco scavata dall’acqua nei millenni. All’inizio il tracciato è largo, poi si stringe seguendo il fiume, e la roccia calcarea diventa l’unica cosa che si guarda. Se si notano corde e persone appese alla parete non è un caso: Chulilla è una delle mete principali per l’arrampicata di tutta la Comunità Valenciana, e questo settore della gola è percorso da numerose vie attrezzate. Strada facendo si incontra anche El Arco, un’apertura naturale nella roccia.
Dopo circa quaranta minuti le pareti si avvicinano fino a lasciare sì e no una decina di metri fra l’una e l’altra. Lì il Turia rallenta e si allarga: quello è il Charco Azul. Il colore non è garantito — dipende dalla luce, dalla stagione e dalle condizioni dell’acqua, e passa da tonalità verdastre a un azzurro intenso.
Il nome viene dall’irrigazione, non dal colore
Verrebbe da pensare che «azzurra» sia il cuore del nome. La parola che conta, invece, è l’altra, e ha a che fare con l’agricoltura: Charco Azul deriva dall’arabo azud, che indica un piccolo sbarramento sul fiume, una diga in miniatura per deviare e gestire l’acqua. Serviva a irrigare gli orti attorno al paese, in una terra dove le estati sono calde e le piogge irregolari. Più tardi il Turia è stato impiegato anche per produrre energia.
È la parte che si fatica a inquadrare guardando solo la pozza: non è un angolo intatto, è un angolo usato per secoli e poi lasciato andare, come accade in altri posti dove l’acqua ha scavato e le persone hanno costruito sopra.
Il capitolo più duro riguarda il legname. I tronchi tagliati sulle montagne a nord venivano affidati alla corrente fino a Valencia: il fiume faceva da strada. Dove la gola si stringe, però, il legno si accumulava, e chi doveva liberare il passaggio lavorava in condizioni pericolose. Alcuni ci hanno rimesso la vita, e la tradizione locale collega quelle morti a un piccolo eremo costruito sulla riva sinistra, oltre l’area dei Calderones. Un’ultima data spiega lo stato di certe strutture: nel 1989 un’alluvione distrusse la passerella che portava verso l’antico azud.
Le passerelle chiuse e l’acqua che cambia
Qui viene il punto più importante della visita, ed è giusto che non stia in fondo.
Accanto alla pozza restano vecchie passerelle fissate alla parete rocciosa. Il passaggio è chiuso, e le strutture versano in cattivo stato. Non è una raccomandazione generica: avvicinarsi, o peggio provare a usarle, vuol dire prendersi un rischio che non ha motivo di esistere, perché il posto si vede benissimo da dove si può stare. Sono resti della vecchia vita industriale del fiume, non parte del sentiero.
Poi c’è l’acqua. Nella stagione calda il Charco Azul diventa a tutti gli effetti una piscina naturale, e c’è chi ci fa il bagno. Resta però un tratto di fiume, e corrente, temperatura e livello sono variabili: vanno valutati con prudenza sul posto, prima di entrare. Nessuno può dire da qui come li troverai il giorno in cui ci vai.
La stessa avvertenza vale per la variante lunga, quella sulla sponda opposta: prima di imboccarla conviene informarsi sullo stato dei manufatti, in modo particolare dopo piogge intense o altri eventi meteorologici. Le indicazioni aggiornate sono quelle che si trovano sul posto, non quelle di un articolo.
Quanto dura, e quando conviene andarci
Il percorso principale misura fra i 2 e i 4 chilometri a seconda di dove si è parcheggiato, e l’itinerario tradizionale porta via circa un’ora e mezza. Dentro quel tempo c’è una discesa all’andata e la stessa pendenza al contrario al ritorno: è il motivo per cui l’accesso da sud interessa a molti. Il tracciato sull’altra riva, che parte dalla passerella incontrata prima della pozza, aggiunge circa un chilometro e mezzo.
Sulla stagione: non è un dettaglio, è la variabile principale. Il colore della pozza cambia con la stagione e con le condizioni dell’acqua, ed è nei mesi caldi che il Charco Azul si trasforma nella piscina naturale per cui è conosciuto. La contropartita si vede prima ancora del sentiero, nei parcheggi che d’estate e nel fine settimana non bastano: fine agosto significa acqua nella sua versione più invitante e paese nella sua versione più piena.
Resta il senso del posto: la pozza è il finale, non il contenuto. In poche centinaia di metri si passa da un borgo abitato a una gola dove il fiume ha lavorato per millenni e ha lasciato i segni di quando quell’acqua bagnava gli orti e portava a valle il legname. Chi ci va per la gola, il bagno lo considera un di più.


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