C’è un tipo di paesaggio che si riconosce prima di saperlo nominare: due pareti di roccia vicine, in mezzo un filo d’acqua ferma o che precipita, e la sensazione di essere entrati in una stanza a cielo aperto. Succede in una gola della Comunità Valenciana, davanti a un ponte di pietra in Grecia centrale, sulla riva di un bacino piemontese a 2.300 metri, e in una fenditura della costa di Gozo dove il Mediterraneo entra nell’entroterra.
Quattro posti lontanissimi fra loro che, messi in fila, raccontano la stessa cosa due volte. La prima è geologica: l’acqua incide il calcare e porta via il materiale più fragile. La seconda è meno ovvia. In tutti e quattro, quello che oggi sembra natura pura porta la firma di qualcuno che voleva governare l’acqua — irrigare un orto, produrre elettricità, riempire una salina. È la chiave con cui vale la pena leggerli, ed è il motivo per cui se ne aggiunge un quinto che con le gole non c’entra nulla: un paese di montagna a Maiorca.
La sorpresa: quasi niente di quello che vedi è solo natura
Conviene partire dal punto meno intuitivo, perché cambia il modo di guardare il resto.
Al Charco Azul di Chulilla, in provincia di Valencia, il nome stesso lo dice. In spagnolo l’espressione significa “pozza azzurra”, ma la parola arriva dall’arabo azud, che indica una piccola diga: uno sbarramento costruito per portare l’acqua agli orti vicini all’abitato, in un territorio con estati calde e piogge irregolari. Più tardi si aggiunse una fase legata alla produzione di energia.
Alla cascata di Palaiokarya, in Tessaglia, il salto d’acqua che tutti fotografano non è antico quanto sembra: all’origine dei due getti ci sono invece un paio di modeste opere di sbarramento tirate su nel corso degli anni Settanta. Il salto superiore tocca all’incirca i 12 metri, quello sottostante si ferma a 2. Il ponte in pietra che li incornicia, invece, viene fatto risalire al 1550.
Il Lago Agnel, sopra Ceresole Reale, è proprio un bacino artificiale: uno sbarramento in muratura di pietrame che si alza per una diciottina di metri e la cui sommità si sviluppa attorno ai 130, eretto negli anni in cui l’idroelettrico stava conquistando le Alpi.
E a Wied il-Għasri, sulla costa nord di Gozo, dentro un anfratto affacciato sul mare si apre un pozzo verticale: un tempo, con un sistema di funi e recipienti, da quella grotta si tirava su l’acqua salata per portarla alle saline vicine e riempire le vasche del sale.
Quattro luoghi, quattro modi diversi di mettere l’acqua al lavoro. Nessuna delle quattro storie toglie qualcosa al paesaggio: semmai spiega perché ha quella forma.
Che cosa cambia da uno all’altro
Prima di entrare nel dettaglio, due parole sui termini, perché tornano spesso e non vogliono dire la stessa cosa.
- Gola (o canyon): un solco stretto e profondo scavato da un corso d’acqua fra pareti quasi verticali. È il caso di Chulilla, di Palaiokarya e di Gozo.
- Pozza: un tratto in cui il fiume rallenta e si allarga, formando uno specchio d’acqua più calmo. È quello che al Charco Azul fa da meta.
- Bacino artificiale: un lago creato sbarrando una valle con una diga. Il Lago Agnel è questo, anche se dall’alto sembra un lago alpino come gli altri.
La differenza pratica è notevole. A Palaiokarya si lascia l’auto e in pochi passi si è davanti al ponte, a circa 100 metri dalla strada principale. Al Charco Azul serve un’escursione di circa 40 minuti all’andata, su un percorso segnalato che parte dal centro del paese. A Wied il-Għasri si scende per una scala intagliata nella roccia, un centinaio di scalini nella rampa principale. Al Lago Agnel si arriva in auto, ma solo quando la strada è aperta — ed è il vincolo più rigido dei quattro.
La stagione decide più di quanto si pensi
Su luoghi d’acqua il periodo non è un dettaglio estetico: cambia se si entra e cosa si trova.
Il caso più netto è il Lago Agnel. Ci si arriva per la SP 50, che sale da Ceresole Reale verso il Nivolet, e quella carrozzabile ha una stagionalità precisa: il periodo ordinario di chiusura invernale va dal 15 ottobre al 15 maggio. Non basta però che sia aperta. D’estate gli ultimi 6 chilometri — il segmento fra il Serrù e il valico — possono essere sottoposti a limitazioni per chi viaggia in automobile privata. L’iniziativa “A piedi tra le nuvole” prevedeva in passato di liberare quel tratto dalle vetture la domenica in luglio e agosto e a Ferragosto, riservandolo a chi saliva in bicicletta, a piedi o in navetta; più di recente si è passati a un contingentamento su prenotazione in alcune finestre, con in più giornate senza automobili. Il punto pratico per chi parte a fine agosto: la strada rientra nel periodo aperto, ma sull’ultimo tratto le condizioni variano di stagione in stagione, e vanno controllate prima di mettersi in viaggio. Quando le restrizioni sono attive, lo slargo accanto allo sbarramento del Serrù resta uno degli appoggi più comodi.
Sugli altri tre la stagione agisce in modo più morbido. Al Charco Azul la pozza può diventare una piscina naturale nella stagione calda. A Gozo l’autunno porta temperature gradevoli e acqua ancora relativamente tiepida, mentre la primavera aggiunge i papaveri al paesaggio agricolo intorno; d’inverno le mareggiate cambiano completamente il carattere dell’insenatura, che in quel caso si guarda da lontano. A Palaiokarya il mattino valorizza le pareti di roccia.
Ci si può fare il bagno? Dipende, e in tre casi la risposta è prudente
È la domanda pratica che si fanno tutti, e le fonti su questi luoghi non la trattano con leggerezza. Vale la pena riportare quello che dicono, perché è la parte più utile del discorso.
Al Charco Azul nei mesi caldi ci si immerge, ma resta pur sempre un fiume: forza della corrente, temperatura e livello dipendono dal Turia e da come si presenta quel giorno, e vanno soppesati con prudenza. Un avvertimento riguarda poi le vecchie passerelle agganciate alla parete accanto alla pozza, che versano in cattive condizioni e non sono transitabili: accostarsi o tentare di percorrerle vuol dire correre un pericolo del tutto evitabile. La stessa cautela vale per la variante sulla sponda opposta, che allunga il giro di un chilometro e mezzo scarso. Prima di imboccarla conviene informarsi su come stiano i manufatti, tanto più se sono da poco cadute piogge violente o si sono verificati episodi di maltempo.
A Palaiokarya la pozza alla base della cascata invita al bagno, ma l’acqua del Palaiokaritis è molto fredda. Le rocce bagnate richiedono attenzione, in particolare vicino al salto principale.
A Wied il-Għasri la faccenda si fa più delicata, e la ragione sta nella forma del luogo. Con mare piatto e acqua trasparente il bagno è un piacere. Ma un corridoio così angusto si comporta diversamente da una baia aperta: la corrente può irrobustirsi parecchio, e le onde che vi si infilano arrivano in fondo con una potenza che sorprende. Se l’acqua appare torbida, se tira vento forte o se si vedono chiaramente i frangenti, sono segnali che bastano a far desistere. Attenzione anche alla discesa: qualche punto della scala può presentarsi in cattivo stato, e quanto siano solidi i manufatti varia col passare del tempo, così una suola che faccia presa serve molto più di un paio di infradito. Non ci sono servizi di alcun tipo, e di ombra ne resta pochissima: portarsi da bere e schermarsi dal sole non è un di più.
Al Lago Agnel il discorso è diverso: lì il tema non è il bagno ma la quota. Siamo a 2.300 metri lungo la strada, con il massimo invaso a quota 2.435 e il Colle del Nivolet a 2.612. Anche per una breve escursione serve un minimo di preparazione, soprattutto nelle giornate fresche o quando il tempo cambia in fretta.
Su tutti e quattro vale la stessa avvertenza di fondo: sono ambienti naturali, le condizioni cambiano con il meteo e con gli anni, e quello che si legge prima di partire non sostituisce le indicazioni e le eventuali chiusure che si trovano sul posto.
E il quinto posto, quello senza gole
Resta Fornalutx, nel nord-ovest di Maiorca, che a prima vista sta in un altro elenco: è un paese, non un luogo d’acqua. Niente pozze, niente cascate, niente bagno.
Eppure ci sta, per la stessa ragione degli altri quattro. È costruito sul pendio della Serra de Tramuntana, con le case in pietra color miele addossate una all’altra e le strade che diventano scale perché seguono il versante; sotto, la Valle di Sóller si apre in terrazze di agrumi e ulivi. Ed è il vecchio lavatoio a raccontare la parte che qui interessa. Per chi coltivava un pendio così ripido l’acqua valeva tutto, e portarla dove serviva imponeva regole di ripartizione tutt’altro che approssimative. Vasche, canalizzazioni e vecchi manufatti idraulici stanno nello stesso lascito dei muri a terrazza: la campagna intorno al borgo è il prodotto di secoli spesi ad amministrare quell’acqua.
È lo stesso gesto visto da un’altra angolazione. Nelle quattro gole l’intervento umano si è concentrato in un punto — uno sbarramento, una diga, un pozzo — e il resto è rimasto roccia. A Fornalutx si è distribuito su un intero versante, fino a diventare il paese stesso. Sta a pochi chilometri da Sóller, con l’aeroporto di Palma a circa 35 chilometri su strada, e dà il meglio nel tardo pomeriggio, quando la folla di metà mattina si assottiglia.
Come metterli in fila
Stanno in cinque paesi diversi e non si combinano fra loro: ha più senso guardarli per tipo di giornata.
- Se hai poche ore e vuoi il massimo colpo d’occhio: Palaiokarya, dove ponte, gola e cascate stanno nella stessa inquadratura a un centinaio di metri dall’auto. Dista circa 35 chilometri da Trikala e quasi 11 da Pyli.
- Per camminare: Chulilla. Il giro classico sta sull’ora e mezza, per uno sviluppo fra i 2 e i 4 chilometri a seconda di dove si parte. Il paese è a circa 60 chilometri da Valencia.
- Il mare in una forma diversa: Wied il-Għasri, incastrata fra gli abitati di Għasri e Żebbuġ, un paio di chilometri più a ponente rispetto alle saline di Xwejni. Partendo da Victoria si può usare anche l’autobus: la linea 309 arriva a Żebbuġ, e da lì rimangono circa 1,3 chilometri da fare a piedi.
- Alta montagna senza camminare molto: il Lago Agnel, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso — verificando prima le regole di accesso del tratto finale.
- La pietra costruita invece dell’acqua: Fornalutx, e la valle intorno.
Il filo, alla fine, è quello dell’inizio: l’acqua ha fatto il lavoro grosso scavando, poi è arrivato qualcuno che ha provato a dirigerla e ha lasciato un segno che oggi si scambia per paesaggio. Vale la pena cercarlo — l’azud a Chulilla, i due sbarramenti dietro la cascata greca, la diga sopra Ceresole, il pozzo delle saline a Gozo, i terrazzamenti di Maiorca. È la parte della storia che le fotografie non raccontano.


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