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Lago Agnel: il bacino blu sotto il Colle del Nivolet

Lago Agnel: il bacino blu sotto il Colle del Nivolet

A 2.300 metri sotto il Colle del Nivolet, il Lago Agnel sembra un lago alpino ma nasce da una diga: ecco cosa si vede e come funziona la strada.

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Chi sale da Ceresole Reale verso il Colle del Nivolet incontra, poco prima del valico, una macchia d’acqua di un blu che sembra fuori scala rispetto al grigio che la circonda. Siamo a 2.300 metri, nella Valle dell’Orco, e quel blu ha un nome: Lago Agnel. La prima informazione da avere in mente, però, è che non è un lago nel senso in cui lo intendiamo di solito. È un invaso, cioè una raccolta d’acqua trattenuta da una diga costruita dall’uomo.

La seconda riguarda il viaggio, e conviene sistemarla prima di mettersi in macchina: la strada che sale fin lassù non è aperta tutto l’anno, e nemmeno d’estate funziona sempre allo stesso modo. Chi parte senza saperlo rischia di trovare una sbarra dopo ore di guida. Ne parliamo in fondo.

È uno dei cinque luoghi del percorso su i paesaggi europei dove acqua e pietra si sono incontrate, a volte per conto loro e a volte con una mano umana di mezzo. L’Agnel sta con decisione nel secondo gruppo.

Un lago che l’uomo ha messo lì

Il bacino sta nel Vallone Agnel, il settore più a nord del comprensorio. La sua storia non è geologica ma industriale: appartiene alla stagione in cui l’acqua d’alta quota cominciò a essere raccolta per far girare le centrali più a valle. L’Agnel ne è un pezzo, insieme al vicino Lago Serrù e agli altri invasi della zona.

La diga è fatta di pietrame legato con malta di cemento. Alta all’incirca 18 metri, ha un coronamento — la parte alta, quella su cui si cammina — lungo intorno ai 130 metri, con una piccola deviazione sul lato sinistro per appoggiarsi meglio alla roccia. Da vicino si capisce quanto sia complicato costruire un’opera del genere sopra i duemila metri.

Al massimo riempimento la superficie tocca quota 2.435 metri, e la capacità dell’invaso si aggira sui 2,34 milioni di metri cubi. A regolare il livello ci pensano due scarichi, uno di superficie e uno di fondo. Quello che sembra natura intatta è in realtà un impianto idraulico, progettato per gestire una risorsa dove niente è facile.

Perché l’acqua è così blu (e quella accanto no)

Il dettaglio che colpisce è il confronto con il Serrù, che si incontra poco prima sulla stessa strada. Due bacini vicini, alla stessa altezza, con colori diversi: il Serrù tende al grigio lattiginoso, l’Agnel al blu pieno.

La spiegazione sta nei torrenti che li riforniscono. Le acque di montagna trasportano sedimenti, cioè particelle finissime di roccia macinata, che restano sospese e rendono l’acqua opaca. Nell’Agnel questo materiale in sospensione è meno abbondante: la luce entra più in profondità invece di essere rimandata indietro dalle particelle, e la superficie assume quella tonalità intensa. Il colore, insomma, è un indizio sulla provenienza dell’acqua, non un caso.

Intorno, il quadro è fatto di assenze. Sopra i duemila metri gli alberi non crescono: restano pietra e qualche pascolo. Rispetto ai laghi alpini incorniciati dagli abeti, l’Agnel ha un aspetto più duro, quasi lunare. Da lontano la superficie sembra una lastra compatta; dalla riva le sfumature si moltiplicano con la luce e il cielo.

Cosa si vede quando si arriva

La sosta mette insieme tre cose che di solito stanno in posti diversi: alta quota, ingegneria e cinema. Nel 1969 Peter Collinson girò qui la scena finale di Un colpo all’italiana, e per qualche minuto la Valle dell’Orco divenne lo sfondo di una delle sequenze più ricordate del film.

Siamo dentro il Parco Nazionale del Gran Paradiso, e si vede: tra prati e rocce possono comparire marmotte e camosci, mentre in cielo, con più fortuna, si distingue un’aquila o il più raro gipeto, il grande avvoltoio alpino tornato in queste valli grazie ai programmi di reintroduzione dell’arco alpino.

Sia intorno all’invaso sia lungo la salita verso il valico ci sono possibilità di brevi escursioni, a piedi o in mountain bike, che mostrano il lago da angolazioni diverse. Vale però un avvertimento che la fonte non attenua: la quota chiede un minimo di preparazione, soprattutto nelle giornate fresche o quando il tempo cambia rapidamente. La temperatura, a queste altezze, non è quella del fondovalle. Le indicazioni aggiornate su percorsi e condizioni stanno presso l’ente parco e i punti informativi locali: è lì che conviene chiederle.

La strada è aperta? La domanda da farsi prima di partire

Da Torino il tracciato di riferimento è la SP 460: la si percorre lungo tutta la Valle Orco, con Ceresole Reale come ultimo centro abitato. Da qui in poi tocca alla SP 50, che sale a tornanti tra le pareti di roccia fino al colle. Il Lago Serrù arriva prima dell’Agnel e serve da riferimento per capire a che punto si è. Il Colle del Nivolet, in cima, sta a 2.612 metri: il lago è 312 metri più in basso del valico.

La stagionalità è netta. Nei mesi invernali il tratto della SP 50 che porta al Nivolet resta interdetto alle auto: la finestra ordinaria di chiusura va dal 15 ottobre al 15 maggio. In quei sette mesi, semplicemente, in macchina non ci si arriva.

Dentro la finestra estiva le cose sono meno lineari. Sugli ultimi 6 chilometri, il tratto che va dal Lago Serrù al colle, possono entrare in vigore limitazioni al traffico privato. Il meccanismo storico porta il nome di «A piedi tra le nuvole»: nelle domeniche estive di luglio e di agosto, oltre che il giorno di Ferragosto, le vetture private restavano fuori e passavano soltanto biciclette, pedoni e navette. L’impostazione si è poi spostata, negli anni recenti, verso un accesso contingentato su prenotazione in alcuni periodi; accanto a questo restano giornate in cui la chiusura è totale e la strada va alla sola mobilità dolce.

Su questo serve una precisazione onesta, ed è la ragione per cui questa sezione esiste. Il quadro appena descritto è quello ricostruito dalla fonte, ma il regime dell’ultimo tratto cambia di stagione in stagione: date, giorni di chiusura, modalità di prenotazione e numero di posti non sono fissati una volta per tutte. Il fatto che la strada sia genericamente aperta, in un giorno qualsiasi di fine agosto, non dice ancora se quei 6 chilometri finali siano percorribili in auto quel giorno. Prima di partire va verificato presso i canali ufficiali del parco e del comune, ed è una verifica che vale una telefonata: sono ore di macchina.

Nei giorni in cui le limitazioni scattano, il punto d’appoggio pratico è lo spiazzo che si trova accanto allo sbarramento del Serrù. Da lì ci si organizza per l’ultimo pezzo, che le navette coprono al posto delle auto. Chi incontra la sbarra non deve quindi tornare indietro, a patto di essersi informato prima.

Cosa resta, tornando giù

Il Lago Agnel illustra bene una cosa che sulle Alpi si ripete: un paesaggio che leggiamo come naturale porta una firma umana ben visibile, appena si sa dove guardare. La diga non rovina la scena, la spiega.

È questa combinazione — un elemento naturale e una costruzione che ne cambia la forma — il filo che tiene insieme gli altri quattro luoghi del percorso tra acqua e pietra. L’Agnel è il caso in cui la mano dell’uomo si vede di più, e paradossalmente anche quello che somiglia di più a un paesaggio selvaggio.

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