C’è una cosa che accomuna quattro posti lontanissimi fra loro: a Buggerru in Sardegna, sulla cresta della Montagna Nera in Francia, nella campagna vicino a Liegi in Belgio e sopra il Rio Pardu in Ogliastra. In tutti e quattro, una parte di quello che andresti a vedere non si può raggiungere. Interni chiusi per restauro, case in cui è vietato entrare, gallerie che si visitano solo prenotando.
Detta così sembra una brutta notizia. Nei fatti non lo è, e vale la pena capire perché prima di scartare una meta perché “è chiusa”. In tre casi su quattro il limite non toglie quasi nulla a quello che si vede; nel quarto è semplicemente una questione di telefonare prima. Quello che segue è cosa resta accessibile in ciascuno, secondo quanto ne scrive chi li ha raccontati.
Gairo Vecchio: si gira tra le case, ma da fuori
Gairo Vecchio sta in Ogliastra, sulla costa orientale della Sardegna, a 520 metri d’altezza sopra il Rio Pardu. È un paese che non è più abitato: fu lasciato progressivamente dopo un’alluvione del 1951, cinque giorni di pioggia e vento su un terreno già indebolito da mezzo secolo di frane. Gli abitanti si spostarono a valle e fondarono altri tre centri, fra cui Gairo Sant’Elena, che sta poche decine di metri più in alto del vecchio abitato.
Oggi quello che resta sono ruderi aggrappati alla roccia del monte Trunconi, disposti su livelli sfalsati lungo il pendio. Si parcheggia dopo qualche tornante e si prosegue a piedi tra vicoli di terra battuta, scalette e viottoli in salita. Dalle strade si intravedono gli interni: caminetti, scale, pareti intonacate d’azzurro. Qualche facciata ha ancora attaccati i suoi piccoli balconi di ferro battuto.
Qui il limite è dichiarato apertamente, ed è una questione di incolumità: nelle vecchie case non si può entrare, e va evitato anche avvicinarsi troppo. Sono edifici lasciati a se stessi da decenni. La visita quindi si fa dalle vie del paese, non dentro gli edifici, ed è il motivo per cui basta davvero poco tempo. Non è una restrizione formale: è la ragione per cui il posto è ancora visitabile.
Galleria Henry: si entra, ma solo prenotando
A Buggerru, sulla costa sud-occidentale dell’isola, fra Iglesias e Fluminimaggiore, la Sardegna cambia faccia: niente calette, ma cave, laveria e villaggi nati attorno al lavoro sotterraneo. Una laveria è l’impianto dove il minerale grezzo veniva trattato e ripulito prima di essere imbarcato.
La Galleria Henry è una galleria di carreggio, cioe un tunnel scavato non per estrarre ma per trasportare: serviva a portare il minerale dai cantieri fino alle laverie del paese. La sezione era dimensionata per un convoglio di vagoni trainato da una locomotiva a vapore che pesava diverse tonnellate. L’imbocco sta a una cinquantina di metri sul livello del mare, e da lì il tracciato taglia per circa un chilometro l’altopiano di Planu Sartu.
Il punto forte sta nei passaggi laterali: dopo un tratto al buio si aprono nella parete rocciosa delle finestre affacciate sul Mediterraneo, con Buggerru raccolta sotto la falesia. Funziona proprio per via della sequenza: prima il buio, poi l’apertura.
Qui il limite è organizzativo: la prenotazione è indispensabile. La biglietteria si raggiunge dal centro abitato, salendo le scale dalla piazza principale e proseguendo per un centinaio di metri. Il Comune indica un numero di telefono per informazioni e prenotazioni, e il sito turistico locale prevede anche una procedura online. Le modalità della visita possono cambiare a seconda della gestione e della stagione: chi ci scrive sopra consiglia di verificare le indicazioni ufficiali prima di partire, e ad agosto è un’accortezza che conta.
Lastours: quattro castelli che si guardano meglio da lontano
Sulla cresta della Montagna Nera, in Occitania, quattro masse di pietra sembrano da lontano un’unica fortezza. Sono invece quattro costruzioni separate, ognuna con un compito suo nel sistema difensivo: si chiamano Cabaret e Tour Régine le due più note, Surdespine e Quertinheux le altre. Quest’anno hanno ricevuto il riconoscimento UNESCO, entrando nel sito seriale delle Forteresses royales capétiennes du Languedoc insieme alla Cité de Carcassonne e ad altre sei fortezze.
Qui la limitazione non è un divieto ma una scelta di percorso, e va detta perché cambia l’ordine della giornata: si comincia dal belvedere, a cui si arriva dal paese. È il solo punto da cui il complesso si legge tutto insieme, con le quattro sagome allineate una dietro l’altra sulla cresta. Solo dopo il percorso sale verso le rovine. Chi salta il belvedere per arrivare prima alle mura perde l’unica prospettiva che spiega come funzionava l’insieme.
Le differenze emergono avvicinandosi. Tour Régine ha un profilo circolare e un ingresso rialzato, raggiunto da una scala interna: un accesso in quota rendeva più difficile attaccare la porta e costringeva gli assalitori a esporsi sulla parete. Surdespine sta più in alto e conserva una cisterna, che su una cresta rocciosa contava quanto le mura, perché senza riserve d’acqua una posizione strategica diventa inutile durante un assedio. Quertinheux è più in basso e faceva da avamposto verso il villaggio. Il sito comprende anche un’esposizione archeologica su 4.000 anni di storia e un itinerario su geologia, botanica e zoologia.
Jehay: gli interni sono chiusi, e il bello è fuori
Il Castello di Jehay si trova ad Amay, nella provincia di Liegi, in Vallonia, e rientra fra i beni che la Vallonia classifica come Patrimonio eccezionale. La facciata è il suo tratto distintivo: pietre chiare e scure alternate disegnano un motivo a scacchiera, una soluzione considerata unica in Europa, e il fossato che segue i contorni dell’edificio ne raddoppia l’effetto riflettendolo.
Questo è il caso in cui il limite pesa di più, almeno sulla carta: un cantiere di restauro riguarda il corpo centrale dell’edificio, e per ora le stanze non rientrano nel giro di visita abituale. Chi ci va soprattutto per le sale, quindi, resta a bocca asciutta.
Il punto è che a Jehay la parte all’aperto non è un ripiego. Il parco segue il modello del giardino all’italiana, con assi prospettici, giochi d’acqua e lunghi filari di tigli potati in forme regolari: la geometria del verde risponde a quella della facciata. C’e un orto-giardino storico dell’Ottocento, da poco restaurato, che occupa circa un ettaro dentro un muro di mattoni, con varietà antiche di ortaggi, erbe aromatiche, fiori commestibili e rose. C’è una ghiacciaia del XIX secolo, costruita per conservare il ghiaccio raccolto d’inverno quando i frigoriferi non esistevano. E lungo i sentieri compaiono sculture in bronzo dalle forme apertamente erotiche, opera dell’ultimo proprietario del castello. Si chiamava Guy van den Steen de Jehay, portava il titolo di conte, e fu lui a ridisegnare il parco: nel 1978 cedette poi la tenuta alla Provincia di Liegi.
Nelle dipendenze storiche sono allestite esposizioni permanenti sulle collezioni, fra cui un Cabinet de curiosités. Il castello ha alle spalle secoli di passaggi di proprietà e ricostruzioni: l’impronta rinascimentale ancora visibile risale alla ricostruzione di metà Cinquecento voluta dai De Sart.
Cosa cambia davvero quando una parte è chiusa
Messi in fila, i quattro casi mostrano che “chiuso” vuol dire cose molto diverse. A Gairo Vecchio il divieto è permanente e riguarda l’incolumità: nessuno riaprirà quelle case. A Jehay la chiusura è temporanea e legata a un cantiere. Alla Galleria Henry non c’è nessuna chiusura, solo un accesso da concordare prima. A Lastours non c’è divieto affatto: c’è un ordine consigliato di visita.
La differenza pratica sta nel margine di manovra. Nei due casi sardi conviene informarsi prima per motivi opposti: a Buggerru perché senza prenotazione non si entra, a Gairo perché sapere in anticipo che si gira solo all’esterno evita di programmare mezza giornata per un giro che ne chiede molta meno.
C’è poi un punto che i quattro racconti hanno in comune, ed è forse la ragione migliore per non farsi scoraggiare. In tutti e quattro i posti la parte inaccessibile è anche quella che si capisce meglio da fuori: le case di Gairo si leggono dalla strada meglio che dall’interno, la logica difensiva di Lastours si coglie dal belvedere e non dalle mura, la Galleria Henry si spiega guardando il tragitto dal cantiere al mare, e la facciata a scacchiera di Jehay si guarda dal cortile, non dal salotto. Il limite, in questi casi, coincide quasi sempre con il punto di vista giusto.


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