Gnius Viaggi

Gairo Vecchio e Galleria Henry: due Sardegne fuori stagione

Gairo Vecchio e Galleria Henry: due Sardegne fuori stagione

Un paese svuotato da un’alluvione e una galleria mineraria affacciata sul mare: due tappe sarde dove l’accesso non è mai completamente libero.

Categorie:

Chi arriva in Sardegna d’estate finisce quasi sempre sulla stessa isola: calette e acqua trasparente. Ce n’è però un’altra, fatta di roccia, di paesi svuotati e di gallerie scavate per portare fuori il minerale, e ha il difetto — o il pregio — di non lasciarsi visitare come una spiaggia. Fra i quattro luoghi europei dove non si entra dappertutto, due stanno qui: Gairo Vecchio, in Ogliastra, e la Galleria Henry di Buggerru, sulla costa sud-occidentale.

Metterli uno accanto all’altro fa emergere una cosa che, presi singolarmente, non si vede: i due limiti sono di natura diversa. A Gairo il confine è un divieto permanente, e riguarda la tua incolumità. Alla Henry è una prenotazione: una porta che si apre, ma solo se l’hai concordata prima. Il primo limite non si negozia, il secondo si organizza — e conviene averlo chiaro prima di partire.

A Gairo Vecchio si guarda da fuori, e non è un dettaglio

Gairo Vecchio non si è svuotato per spopolamento: ha dovuto andarsene. Sta a 520 metri di quota sopra il Rio Pardu, su un terreno che già da fine Ottocento dava segni di cedimento — mezzo secolo di frane, cioè di terreno che scivola verso valle trascinandosi dietro quello che ci sta sopra. Il colpo finale arrivò con l’alluvione del 1951: cinque giorni di pioggia e vento sull’Ogliastra, le strade trasformate in torrenti, e un abitato non più sicuro né per le persone né per gli animali.

Gli abitanti si spostarono più in basso, e da quello spostamento nacquero tre paesi: Gairo Sant’Elena, poco sopra il vecchio nucleo, Gairo Taquisara — trecento abitanti, fermata del Trenino Verde — e Gairo Cardedu, il più vicino al mare. Il paese vecchio è rimasto dov’era, aggrappato alla roccia del monte Trunconi.

Ci si arriva dalla Strada Statale 198, quella che da Serri porta a Lanusei fra i monti della Barbagia: ottanta-cento chilometri di curve, molto amati dai motociclisti. Il borgo lo si costeggia interamente — dall’altro lato della carreggiata c’è uno strapiombo — e dopo qualche tornante, sulla destra, si parcheggia. Da lì si va a piedi.

Ed è qui che il limite diventa concreto. Nelle vecchie case non si entra, e non ci si avvicina nemmeno troppo: lo vieta una ragione di sicurezza. Non è una raccomandazione stagionale né una formalità: sono edifici lasciati a sé stessi da decenni, su un pendio con una storia di frane alle spalle. Il divieto non ha scadenza. Si cammina lungo i vicoli di terra battuta e le scalette che collegano i terrazzamenti, e le case si guardano dalla strada. Da lì si vede comunque parecchio: caminetti, scale interne, pareti intonacate d’azzurro, qualche balconcino in ferro battuto su facciate di granito e scisto. Non erano casupole: certi edifici arrivavano a quattro piani.

La visita dura poco, ma il territorio intorno regge mezza giornata: sulla costa la spiaggia di sassi scuri di Coccorrocci e Cala ‘e Luas con le sue rocce rosa, verso l’interno i Tacchi, torrioni di calcare del Mesozoico che si alzano dalle montagne come torri isolate. Il più noto è Perda ‘e Liana.

Alla Galleria Henry il limite è un altro: si prenota

Buggerru sta sul versante opposto dell’isola, nell’Iglesiente, fra Iglesias e Fluminimaggiore, e appartiene a una Sardegna diversa anche nella storia: piombo, zinco, cave e laverie, gli impianti dove il minerale grezzo veniva lavato e separato dalla roccia inutile prima di partire via mare.

Della miniera di Planu Sartu la Galleria Henry è l’opera principale. Rientra oggi nel Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, che l’UNESCO ha inserito nella rete mondiale dei geoparchi. Non era una galleria di scavo: era una galleria di carreggio, cioè una strada dentro la montagna costruita per il trasporto. Il minerale usciva dai cantieri, attraversava la galleria, arrivava alle laverie e da lì finiva sui battelli del porticciolo: montagna, impianti e mare erano un unico sistema.

Nel 1865 la Société Anonyme des Mines de Malfidano ottiene le concessioni, e con operai, tecnici e dirigenti francesi il paese si guadagna il soprannome di Petit Paris. Nel 1892 la locomotiva a vapore sostituisce buona parte del trasporto a muli: la galleria è larga proprio perché doveva far passare una macchina di diverse tonnellate con il suo convoglio, su binari a scartamento ridotto.

C’è però una data che non ha niente di pittoresco. Il 4 settembre 1904 i minatori protestano: chiedevano condizioni di lavoro meno dure. L’esercito spara. Restano a terra tre operai, undici i feriti. Quell’eccidio ebbe conseguenze ben oltre Buggerru — pesò sulle organizzazioni dei lavoratori in tutta Italia, e da lì passò la strada che portò al primo sciopero generale del Paese. Chi entra nella Henry cammina dentro questa vicenda, non soltanto dentro un pezzo di ingegneria ottocentesca.

Come si entra, e perché conviene informarsi prima

La prenotazione è indispensabile: senza, la visita non si fa. E come si svolge non è fisso: dipende da chi la gestisce e dal periodo dell’anno. Per questo l’unica indicazione affidabile resta quella dei canali ufficiali — il Comune, oppure il sito turistico locale, che mette a disposizione anche una procedura online. È una verifica da fare prima di partire, non sotto la falesia.

Il percorso corre per circa un chilometro lungo l’altopiano di Planu Sartu, sul fianco della costa a sud dell’abitato. La quota è modesta: una cinquantina di metri sopra il mare. Alcune descrizioni parlano di un tratto su un trenino elettrico lungo il vecchio tracciato ferroviario, seguito da un tratto a piedi nella galleria un tempo riservata ai muli — anche questo rientra fra le cose che possono variare.

La galleria sta sopra il paese, in via Pranu Sartu, mentre la biglietteria è giù nel centro abitato: l’ultimo pezzo si fa comunque a piedi.

L’ingresso è la parte che colpisce di più: la luce resta alle spalle, la temperatura cambia di colpo e per un tratto il mare sparisce del tutto. Sulle pareti si sente ancora, al tatto e alla vista, quanto la roccia sia stata scavata a mano. E la larghezza del tunnel — dimensionato su una locomotiva — dice della scala dell’impresa più di qualsiasi cifra.

Poi, nei passaggi laterali, la roccia si apre: aperture ricavate nella falesia, grandi finestre affacciate sul Mediterraneo, dove entrano insieme calcare chiaro, cielo e acqua, e sotto la parete si vede il profilo di Buggerru. Funziona proprio perché arriva dopo il buio. Chi resta in zona ha Cala Domestica a poca distanza, uno degli scenari costieri più belli dell’Iglesiente.

E il fuori stagione? Vale soprattutto per uno dei due

L’idea di andarci quando non c’è nessuno regge, ma non allo stesso modo nei due posti.

Per Gairo Vecchio l’indicazione è esplicita: i turisti si concentrano d’estate, e sono gli unici esseri viventi che si incontrano, visto che nel borgo non abita nessuno. Nella stagione fredda, con le giornate nebbiose, il posto cambia completamente carattere. Non c’è un biglietto né un orario, quindi la stagione la scegli tu — e resta valido il divieto di avvicinarsi alle case, che non è meno rigido a novembre di quanto lo sia ad agosto.

Per la Galleria Henry il ragionamento si rovescia: siccome le modalità di visita dipendono dalla stagione oltre che dalla gestione, andare in bassa stagione non è automaticamente più comodo. È esattamente il caso in cui la verifica preventiva conta di più.

Il filo resta quello che tiene insieme i quattro luoghi del percorso. Due luoghi nati da vicende dure — un paese che ha dovuto svuotarsi e una miniera dove chi chiese condizioni migliori si trovò davanti i fucili — che oggi si visitano solo in parte. Uno perché è pericoloso, l’altro perché è organizzato. In entrambi i casi quello che si porta a casa non è la rovina: è il motivo per cui è diventata tale.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.