Gnius Viaggi

Borghi del gusto in Italia: dal Ponente ligure alla Maremma

Liguria, Ciociaria, Maremma e le terre del Pecorino Romano: i borghi dove il prodotto tipico è la ragione del viaggio, e i mesi giusti per andarci.

Categorie:

C’è un modo di scegliere la meta che parte dalla tavola invece che dalla cartina: prima il prodotto, poi la strada per andarlo a prendere. Un formaggio salato, una pasta ruvida tirata a mano, un dolce da forno diventano la ragione per uscire di casa il sabato mattina e fermarsi in un paese di cui, il giorno prima, non conoscevi il nome.

Questa guida raccoglie alcune di quelle corrispondenze fra un sapore e un territorio preciso. Non è un calendario di feste e non è un ricettario: è una mappa di posti dove ha senso andare perchè li’ si mangia una cosa che altrove non trovi uguale. Le aree che raccontiamo per esteso — Tuscia e Ciociaria, Sicilia, Campania, Abruzzo insieme al Tavoliere — hanno una pagina ciascuna. Qui restano la Liguria, la Maremma grossetana e il caso più istruttivo di tutti, il Pecorino Romano, che da solo tiene insieme due regioni intere e una provincia.

Prima il prodotto, poi la strada

Il meccanismo si ripete quasi sempre uguale. Un alimento riesce bene soltanto in una fascia di terra, perchè li’ ci sono i pascoli adatti, il bosco adatto o semplicemente l’abitudine tramandata. Intorno a quell’alimento un paese ha messo in piedi forni, trattorie, una festa che torna ogni anno. Chi arriva per assaggiare si porta via anche il resto: il centro storico, il panorama, la strada percorsa per arrivarci.

Nel racconto che viaggiando-italia dedica alla Ciociaria lo schema è dichiarato apertamente: cinque paesi, cinque cose da assaggiare, una per paese. Nella guida che lo stesso sito dedica al Pecorino Romano DOP il ragionamento è rovesciato ma identico, perchè li’ è il formaggio a indicare quali campagne valga la pena attraversare. La sigla DOP, per inciso, vuol dire che la zona di origine e il modo di lavorare quel prodotto sono fissati da un disciplinare: non è un’etichetta pubblicitaria, è un confine geografico.

Da qui in avanti il criterio non cambia. Cambiano la scala e la distanza: certe corrispondenze si esauriscono in mezz’ora di macchina, altre chiedono di attraversare mezza Italia.

In Ciociaria il criterio si legge a occhio nudo

La provincia di Frosinone è il posto dove questa mappa risulta più evidente. Anagni, che chiamano la città dei papi, si visita per la cattedrale romanica e si assaggia per il caciocavallo e i formaggi delle aziende intorno. Fumone, arroccato e riconoscibile da lontano, è il paese delle sagne pelose, pasta ruvida e fatta a mano che regge i sughi semplici. Fra i due ci sono altri tre borghi con altrettante specialità, ciascuna legata a un mestiere di paese: un forno, una bottega, una trattoria.

L’elenco completo, insieme a quello che succede più a nord fra i Monti Cimini e la Tuscia, lo trovi nella pagina su fagiolo di Sutri, tozzetti alle nocciole e funghi porcini. Se invece cerchi il lato pratico — cosa ordinare una volta seduto — abbiamo già messo insieme una guida su i piatti tipici della Ciociaria da provare fra borghi e trattorie.

In Liguria conviene voltare le spalle al mare, almeno a pranzo

La regione sembra tutta costa, e invece l’itinerario del gusto che ne fa viaggiando-italia si allunga verso l’interno. A Dolceacqua, nell’entroterra di Ventimiglia, il richiamo è il Rossese, il vino che porta il nome del paese; poco distante Apricale, tutto case in pietra e scalinate, è territorio di cucina rurale, verdure, olio e salumi di collina. Più a est, Brugnato apre la Val di Vara e una Liguria di confine che pochi associano alla regione.

Sulla costa il registro si sposta su altro. Noli mette in tavola le acciughe e il pesce azzurro, Finalborgo funziona come base per chi alterna camminate e farinata di ceci, mentre nel Tigullio, fra Chiavari e Lavagna, arrivano il pesto con le trofie, i pansoti e i canestrelli. Messe una accanto all’altra, le due Ligurie si dividono i compiti in modo netto: dal mare pesce e sfoglie di ceci, dalle valli vino, salumi e olio. È una divisione utile in fase di programmazione, perchè evita di rincorrere in un giorno solo due cucine diverse.

Chi passa dal golfo dei Poeti può unire questo giro a una sosta più marina: ne abbiamo scritto nella guida su dove si mangia a Portovenere.

A Capalbio la Maremma finisce nel piatto a settembre

Capalbio sta in provincia di Grosseto e per una settimana all’anno diventa la sede della sua festa più riconoscibile. L’edizione 2026 della Sagra del Cinghiale, stando al programma riportato da viaggiando-italia, occupa sei giorni: dal 9 al 14 settembre. Il punto di ristoro non sta dentro il paese, lo ospita il Circolo Cavalcanti di Maremma, che dalle mura dista poco meno di un chilometro, circa settecento metri. Fra i due punti c’è una navetta gratuita, il che rende possibile cenare e poi risalire al borgo a piedi o in pochi minuti di trasporto.

Sul cosa si mangia il nome dell’evento dice quasi tutto: polenta con il sugo di cinghiale, cinghiale alla cacciatora, la bistecca alla griglia, e accanto l’acquacotta, cotiche e fagioli, gli ammazzafegati. È cucina contadina maremmana, di quelle costruite per riempire dopo una giornata di lavoro. Lo stand apre tutte le sere dalle 19, e nel fine settimana anche a pranzo dalle 12; l’organizzazione, il Comitato Organizzativo Sagra del Cinghiale, segnala che si paga solo in contanti e che l’area è accessibile e aperta agli animali.

La parte che non riguarda la tavola sono i butteri, i mandriani a cavallo della Maremma, che durante la manifestazione si esibiscono fra rievocazioni storiche e concorsi d’arte per le vie del paese. Sono la stessa cosa del prodotto tipico, in un’altra forma: un mestiere che sopravvive perchè il territorio lo ha reso identità. Le feste che nascono attorno a un singolo alimento seguono ovunque questa logica, come si vede anche nel giro italiano delle feste dedicate alla ciliegia.

Il Pecorino Romano non è un formaggio di Roma

Qui la geografia smentisce il nome, ed è il motivo per cui questa guida lo tiene al centro. Il disciplinare del Pecorino Romano DOP, ricostruito da viaggiando-italia, comprende tutta la Sardegna, tutto il Lazio e la sola provincia di Grosseto: tre aree con pascoli, clima e storie pastorali che non si somigliano. La tutela ha una data d’inizio recente rispetto al prodotto, perchè il Consorzio incaricato di vigilare sulla denominazione nasce nel 1979.

Per chi viaggia questo significa tre itinerari possibili sotto la stessa etichetta. In Sardegna il paesaggio pastorale è quello più leggibile, e l’area fra Macomer e il Nuorese è una delle basi storiche della filiera. Nel Lazio il formaggio si incrocia con l’agro romano, i Monti della Tolfa e la Tuscia, con il vantaggio che dalla città alle campagne bastano poche ore. In Maremma, infine, il pecorino si inserisce in un giro fatto anche di terme, aree naturali e centri storici.

Vale la pena notare una coincidenza che le due guide non mettono in relazione: la provincia di Grosseto compare due volte in questa mappa, una come area DOP del pecorino e una come terra del cinghiale di Capalbio. Chi ci arriva a settembre ha due motivi diversi per la stessa strada, e la sapidità del formaggio giovane — più morbido e meno pungente di quello stagionato a lungo — regge bene accanto al pane rustico che in sagra non manca mai.

Più a sud lo stesso criterio cambia scala

Scendendo, le corrispondenze fra prodotto e luogo smettono di essere questione di singolo paese e diventano questione di comprensorio. In Sicilia il caso più strutturato è quello del trapanese, dove Sicilia da Scoprire racconta un progetto che prova a mettere a sistema una dozzina di territori diversi; sul versante opposto dell’isola il catanese lavora invece sullo street food e sulla stagione, mentre il fico d’India disegna una fascia che esce dai confini regionali. È il tema della pagina su itinerari del gusto fra Trapani, il catanese e le vie dei fichi d’India.

In Campania la distinzione utile è fra due aree che spesso vengono confuse: l’Irpinia interna, di montagna e di vino, e l’Agro nocerino-sarnese, di pianura e di pomodoro. Sono cucine con materie prime diverse e feste diverse, e le abbiamo separate nella guida su patata, Aglianico e San Marzano DOP.

Fra Abruzzo, Molise e Tavoliere foggiano il filo è un altro ancora: due preparazioni nate dalla povertà e diventate motivo d’orgoglio, le ferratelle cotte fra due piastre e il grano arso del Foggiano. A ciascuna corrispondono paesi precisi e una festa, e il racconto sta nella pagina su ferratelle e grano arso, dove si assaggiano. Un impianto simile, sempre di borghi e cucina di recupero, lo trovi anche negli itinerari gastronomici nei borghi del Materano.

Quando conviene partire: due finestre che tornano sempre

Nessuna delle guide lette lo dice in modo esplicito, ma affiancandole viene fuori lo stesso calendario ripetuto tre volte. Per la Liguria dei borghi, per la Ciociaria e per il giro nelle terre del Pecorino Romano il consiglio coincide: da aprile a giugno, oppure fra settembre e ottobre. Sono i mesi in cui il clima permette di camminare e di pranzare fuori, e i centri storici non sono nè deserti nè presi d’assalto.

Il rovescio riguarda l’estate piena. Nelle aree interne — la Sardegna lontana dalla costa, il Lazio agricolo, la Maremma — luglio e agosto rendono faticose le visite nelle ore centrali, tanto che le stesse guide suggeriscono di spostare tutto al mattino presto o al tardo pomeriggio. Sulla costa ligure l’estate resta praticabile, ma con l’avvertenza del traffico e dei parcheggi.

C’è poi la variabile delle feste, che si concentrano proprio nella finestra autunnale e possono decidere il fine settimana al posto tuo. Per una regione sola, il Lazio, ne abbiamo raccolte parecchie nella guida alle sagre laziali.

Come si organizza una giornata senza sprecarla

Su alcune cose le guide che abbiamo usato dicono tutte la stessa cosa, e sono le cose che fanno la differenza fra una gita riuscita e una corsa. La prima riguarda il numero di tappe: due o tre borghi in una giornata sono il massimo ragionevole, perchè le strade di collina sono lente anche quando i chilometri sono pochi.

La seconda riguarda i mezzi. Nell’entroterra ligure come nella provincia di Frosinone l’auto resta lo strumento più pratico, mentre lungo il Levante ligure il treno copre bene la costa. La terza riguarda le prenotazioni: cantine, caseifici e aziende agricole accolgono i visitatori quasi sempre su appuntamento, soprattutto nel fine settimana. La quarta, banale ma ricorrente in ogni guida, sono le scarpe: i centri storici di cui parliamo hanno gradini, salite e pavimentazioni antiche.

Resta un dettaglio che vale solo per le sagre di paese, dove il contante è spesso l’unico mezzo di pagamento accettato allo stand: a Capalbio, come si è visto, l’organizzazione lo dichiara per iscritto.

Alla fine il filo di tutta questa mappa è uno solo, ed è quello da cui siamo partiti: un prodotto tipico non è un souvenir, è un indirizzo. Dice dove si trova il pascolo, dove passa il bosco, dove qualcuno continua a fare una cosa nello stesso modo da generazioni. Seguirlo significa arrivare in posti che nessuna classifica di mete avrebbe mai suggerito — ed è la ragione per cui, in questa sezione, la tavola viene prima dell’itinerario.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.