In Sicilia il cibo è quasi sempre una buona ragione per partire, ma l’isola lo organizza in due modi che non si somigliano per niente. Nella parte occidentale c’è un progetto pubblico che sta mettendo in fila dodici paesi del Trapanese e prova a trasformarli in viaggi prenotabili. Nella parte orientale, attorno a Catania, non c’è nessun progetto: c’è un banco di rosticceria aperto dalla mattina, e funziona da sempre.
Per chi viaggia la differenza è pratica: a ovest conviene decidere prima cosa si vuole vedere, a est basta scendere in strada. Qui sotto i due modelli a confronto, più un terzo elemento che li attraversa entrambi: il fico d’India. È lo stesso criterio della nostra mappa dei borghi italiani dove il prodotto tipico è il motivo del viaggio, applicato a una regione sola.
A Trapani dodici paesi diventano un viaggio solo
Il progetto si chiama Itinerari del Gusto Trapani ed è promosso dal GAL Pesca Trapanese: un GAL è un gruppo di azione locale, cioè una struttura che gestisce fondi pubblici per lo sviluppo di un’area, in questo caso legata alla pesca. A occuparsi del portale è Giulia Pulizzi, che in Sicilia lavora come tour operator e guida Sicilia da Scoprire – Gruppo Pulizzi SRLS: è stata lei, sul sito di Sicilia da Scoprire, a raccontare in prima persona in cosa consiste l’incarico.
L’obiettivo dichiarato non è avere un bel sito, ma arrivare a proposte davvero prenotabili: uscite in barca con i pescatori, degustazioni dai produttori, visite ai mercati ittici e alle vecchie tonnare, soste in cantina e nei frantoi, percorsi dedicati al vino, all’olio, al sale e al cous cous. Le esperienze singole potranno poi essere legate fra loro in pacchetti da tre, cinque oppure otto giorni. Vale la pena farci un conto: nemmeno il tour più lungo basta a toccare tutti e dodici i comuni, quindi il formato non è la gita di un giorno ma la scelta di un pezzo di costa.
Pulizzi riassume così il metodo di lavoro: «Ogni territorio possiede una storia. Il mio compito sarà incontrare chi la custodisce e trasformarla in un’esperienza da vivere».
Cosa cambia da un comune all’altro
L’elenco è questo: Custonaci, Erice, Favignana, Marsala, Mazara del Vallo, Misiliscemi, Paceco, Pantelleria, Petrosino, San Vito Lo Capo, Trapani, Valderice. Sulla carta sono tutti “Sicilia occidentale”, nei fatti offrono cose molto diverse, e sceglierne due o tre è più sensato che rincorrerli tutti.
- Il sale: Paceco ha i mulini e la Riserva Naturale Orientata delle Saline di Trapani e Paceco; Trapani è la città del sale, del corallo e delle antiche marinerie, oltre che l’imbarco per le Egadi.
- Il vino: Marsala mette insieme cantine, centro storico, saline, la Laguna dello Stagnone e Mozia; Petrosino è la campagna a vigneti che scende verso il mare; Pantelleria è l’isola del Passito, dei capperi, dei dammusi e di un’agricoltura che sul suolo vulcanico resta faticosa.
- Il pesce: Favignana è la più grande delle Egadi e porta con sé la memoria della tonnara e della pesca del tonno; Mazara del Vallo ha la Kasbah, uno dei porti pescherecci più importanti d’Italia e il cous cous.
- I borghi: Erice, medievale, con le botteghe e la pasticceria tradizionale; Custonaci, con le cave di marmo, Scurati, la Grotta Mangiapane e Monte Cofano; Valderice fra collina e mare; Misiliscemi, rurale e poco frequentata; San Vito Lo Capo, che oltre alla spiaggia ha il cous cous e le borgate marinare.
Chi pensa a un weekend costruito attorno al pesce ritrova la stessa logica fuori dall’isola: succede in un borgo ligure come Portovenere, dove le trattorie sono parte della visita.
Nel catanese si mangia in piedi, e non serve prenotare
Sull’altro versante il meccanismo è rovesciato. Nessun portale, nessun pacchetto: qui la tavola calda è cucina popolare radicata, e il viaggio passa dal banco di una rosticceria o da un chiosco sul lungomare.
Il simbolo è l’arancino, che a Catania si dice al maschile e spesso ha la punta conica, un richiamo alla forma dell’Etna; e le varianti vanno dal ragù al pistacchio, con versioni al prosciutto o alle melanzane. Sullo stesso bancone stanno le cipolline — fagottini di sfoglia con cipolla, pomodoro, formaggio, prosciutto — le cartocciate, che somigliano a un calzone chiuso, e le pizzette. Meno note ai turisti sono le siciliane, rustici fritti con acciughe, formaggio pepato e olive, e le bolognesi, che appartengono invece alla rosticceria da forno. C’è poi la carne di cavallo, molto presente qui: si trova in panini, polpette e preparazioni alla brace nelle griglierie cittadine.
Restano due appuntamenti fissi: la colazione con granita e brioche col tuppo, nei gusti di sempre: mandorla, pistacchio, limone, caffè, gelsi. E la pasta alla Norma, il piatto simbolo della città, che d’estate ha dalla sua le melanzane e il pomodoro nel loro momento migliore.
Dove ci si ferma davvero, fra mercato e borghi di mare
Il centro di Catania è la base più comoda: fra via Etnea, le strade attorno alle piazze barocche e il mercato ittico si alternano visita e sosta a tavola senza spostarsi. Il mercato, in particolare, è il posto in cui la città si vede al lavoro più che in posa.
Chi preferisce un ritmo lento si sposta verso i paesi alle pendici dell’Etna o verso i borghi marinari: Aci Trezza e Aci Castello mettono insieme mare e cucina, e funzionano meglio nelle ore in cui il sole molla la presa. Sul quando, il periodo utile va da aprile a settembre, ma i mesi più vivibili sono giugno e settembre: in piena estate si superano facilmente i 30 gradi, e questo condiziona più il programma della giornata che la qualità di quello che si mangia. Il modello — visita al mattino, sosta gastronomica, borgo nel pomeriggio — è lo stesso che si ritrova negli itinerari gastronomici nei borghi del Materano o lungo l’itinerario enogastronomico della Costiera Amalfitana.
Le pale di fico d’India, il filo che attraversa l’isola
C’è un prodotto che non compare nei pacchetti trapanesi e non si compra al banco della rosticceria, eppure segna il paesaggio di mezza Sicilia. Il fico d’India cresce bene dove il terreno è arido e il sole picchia, e per questo è diventato un elemento identitario di intere zone rurali e pedemontane dell’isola. In alcune aree agricole attorno all’Etna e nei comprensori interni lavorano piccoli produttori con raccolta manuale; fra i paesi dove fermarsi c’è San Cono, nel Catanese.
La stagione è adesso: la maturazione si diffonde a fine agosto — quindi in questi giorni del 2026 — e in molte zone la raccolta arriva fino a settembre e ottobre. Cambia con la varietà: gialla, rossa o bianco-verdastra, con dolcezza e polpa diverse. Le guide di Viaggiando Italia suggeriscono di chiedere al produttore quale varietà si stia assaggiando e se il frutto sia di primo fiore o tardivo.
Qui salta anche il confine regionale, oltre che quello fra le due Sicilie: le stesse coltivazioni si ritrovano in Calabria, fra costa e collina, e in Puglia, lungo i margini agricoli fra muretti a secco e masserie. È un promemoria utile: la geografia del gusto non coincide quasi mai con quella amministrativa, come mostra bene anche il modo in cui un solo frutto tiene insieme feste e sagre in regioni diverse.
Due Sicilie, due modi di trovare la tavola giusta
Il confronto fra le due sponde dice qualcosa che nessuna delle due storie racconta da sola. A ovest il gusto viene organizzato dall’alto: un soggetto pubblico finanzia, un operatore privato costruisce i percorsi. Il vantaggio è che un pescatore o un frantoiano diventano raggiungibili anche da chi sul posto non conosce nessuno. A est non c’è niente da costruire, perché l’offerta esiste già ed è quotidiana: il rischio, semmai, è finire nei locali pensati per i turisti invece che in quelli dove entrano i residenti.
In mezzo, le pale di fico d’India ricordano che il paesaggio non segue né i bandi né le guide. Ed è la ragione per cui, anche in Sicilia, conviene partire da un prodotto e poi cercare il posto, e non il contrario: è lo stesso metodo che abbiamo usato per gli altri territori italiani del gusto.


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