Nel Lazio del nord c’è un’area che quasi nessuno chiama con il suo nome: la Tuscia, cioè l’entroterra della provincia di Viterbo, quello dei laghi vulcanici e dei boschi dei Monti Cimini. Fra la fine di agosto e la terza settimana di settembre del 2026 lì si mangia seguendo un calendario, non un menù: prima il fagiolo, poi il fungo porcino. Per chi parte da Roma è quasi un mese di appuntamenti in fila.
Poi c’è il rovescio della medaglia, ed è la Ciociaria, cioè la provincia di Frosinone: lì il prodotto tipico non ha una data, sta nelle trattorie e nei forni tutto l’anno. Due modi diversi di usare il cibo come motivo del viaggio, e qui trovi entrambi. La mappa d’insieme è quella dei borghi italiani dove il prodotto tipico basta a giustificare il viaggio.
Sutri, dove l’estate finisce con un piatto di fagioli
Il primo appuntamento cade nell’ultimo fine settimana d’agosto. Sutri ospita dal 28 al 30 agosto 2026 la sua Sagra del Fagiolo, arrivata alla 52ª edizione: mezzo secolo abbondante di storia, ed è il motivo per cui qui il fagiolo è un simbolo del paese e non una curiosità gastronomica. Il ritrovo è in Piazza Donatori di Sangue, e secondo Viaggiando Italia le cucine aprono il venerdì per la sola cena, mentre sabato e domenica si mangia anche a pranzo.
A Sutri però si va anche senza la sagra: è il borgo a valere il viaggio, la festa è l’occasione. Il Parco Archeologico dell’Antichissima Città di Sutri raccoglie un anfiteatro romano ricavato scavando il tufo, una necropoli di età etrusca e romana e la Madonna del Parto, chiesa ricavata nella roccia; in paese ci sono poi il duomo, i vicoli del centro e Villa Savorelli con il suo giardino. Il paese sta lungo la via Cassia, comodo da Roma nord; chi conta sul treno ha un problema pratico, perché nel centro abitato la stazione non c’è.
Due feste del porcino nello stesso settembre: sei giorni in cui sono aperte tutt’e due
Qui c’è un dettaglio che nessuno dei due programmi dice, perché ciascuno racconta il proprio: nel settembre 2026 il Lazio ha due grandi feste dedicate al fungo porcino, e i loro calendari si incrociano. A Oriolo Romano si va in due fine settimana di settembre, quello dell’11-13 e quello del 18-20; a Velletri si va dal 3 al 20 dello stesso mese. Vuol dire che per sei giorni — l’11, il 12, il 13, il 18, il 19 e il 20 — sono aperte entrambe, e la scelta diventa geografica prima che gastronomica: la Tuscia da una parte, i Castelli Romani dall’altra.
Oriolo Romano: la piazza sotto Palazzo Altieri
La Sagra del Fungo Porcino di Oriolo Romano è alla XXI edizione e si tiene in Piazza G. Santacroce, che in paese chiamano anche Piazza Umberto I°, ai piedi di Palazzo Altieri. È questo che le dà il suo carattere: si cena in una piazza dominata da un palazzo storico, non in un’area attrezzata. Le fettuccine ai porcini sono il piatto che ordinano quasi tutti, affiancate da minestre e risotti.
Chi ha la celiachia trova un menù dedicato il venerdì, il sabato e la domenica, preparato in collaborazione con AIC Lazio. Le serate hanno musica dal vivo e nel pomeriggio c’è un’area per i bambini con i gonfiabili. Il paese sta ai margini della Tuscia viterbese e si raggiunge in auto dalla Cassia.
Velletri: diciotto sere di fila, e il trasloco da Lariano
La Festa del Fungo Porcino e Fiera dell’Agricoltura compie 34 edizioni e nel 2026 cambia casa: lascia la sede storica di Lariano e si sposta per la prima volta a Velletri: la nuova sede sono i terreni del Teatro del Fieno, a Colle Rosso, e si entra da via Passo dei Coresi. Si va avanti diciotto sere consecutive, dal 3 al 20 settembre, e nei fine settimana gli stand aprono già alle 11 del mattino restando in funzione fino alle 23. La lunghezza del calendario è il vero vantaggio per chi visita: con diciotto date a disposizione non serve incastrarsi nel weekend più affollato.
In tavola arrivano pasta e fettuccine ai porcini, il risotto alla velletrana e gli arrosti con i funghi trifolati; il 2026 porta anche il debutto di un menù interamente gluten free. I concerti sono gratuiti e i nomi più attesi sono tre: Serena Brancale il 3 settembre, i Gemelli Diversi il 16 e LDA & Aka 7even il 20, la sera di chiusura.
Le due feste hanno in comune anche un’altra cosa: entrambe si sono attrezzate per chi non può mangiare glutine, cosa che nelle sagre di paese non era scontata. Sul contesto più ampio, il quadro delle sagre laziali più conosciute aiuta a capire quanto sia fitto il calendario regionale.
I tozzetti e la nocciola dei Monti Cimini: l’unico prodotto senza una data
C’è un quarto sapore della Tuscia che non ha bisogno di una piazza né di un fine settimana preciso, e sono i tozzetti alle nocciole. Nel Lazio questi biscotti asciutti si legano soprattutto al viterbese e ai Monti Cimini, cioè all’area dove la nocciola pesa di più sulla cultura del cibo. Se li confondi con i cantucci toscani sei in buona compagnia, ma la differenza sta nella frutta secca: nocciole invece di mandorle, e cambia il profumo prima ancora del gusto. La varietà più apprezzata è la tonda gentile romana.
Dove si assaggiano è presto detto: nei forni di paese, nelle piccole botteghe artigiane e nelle trattorie fra Viterbo e i Cimini. Un giro sensato tocca Viterbo con il suo quartiere medievale, Soriano nel Cimino, legato in modo diretto alla cultura della nocciola, e Bomarzo. Per una volta il treno aiuta: Viterbo è una base pratica, anche se poi per i borghi servono mezzi locali o un’auto a noleggio.
Una precisazione sulla stagione, perché è l’opposto delle sagre di settembre. I tozzetti si trovano tutto l’anno, ma il momento in cui sono davvero di casa va da novembre a gennaio, quando tornano i dolci delle feste.
In Ciociaria non aspetti nessuna sagra: cinque borghi, cinque prodotti
Spostandosi a sud, nella provincia di Frosinone, il meccanismo cambia del tutto. Qui non c’è una data da segnare: ogni borgo ha il suo prodotto e lo si trova quando ci si va. Viaggiando Italia ne mette in fila cinque, e il bello è che si visitano tutti nello stesso giro in auto:
- Anagni, la città dei papi, con la cattedrale romanica e il caciocavallo ciociaro, spesso proposto insieme agli altri formaggi della zona.
- Sora, sul Liri, dove il richiamo è la ciambella sorana, dolce delle botteghe storiche e dei forni.
- Alatri, che ha una delle acropoli megalitiche più impressionanti del Lazio, e gli amaretti di Guarcino da portare a casa.
- Castro dei Volsci, borgo panoramico, con i fini fini, una pasta fresca e sottile che nelle trattorie si trova quasi sempre.
- Fumone, arroccato e con il suo castello, dove il piatto identitario sono le sagne pelose, pasta ruvida fatta a mano.
Il periodo migliore per questo giro non è settembre ma la primavera o l’inizio dell’autunno, quando il clima aiuta e c’è meno gente. Molti centri storici hanno salite e pavimentazioni antiche, quindi si girano a piedi. Sui piatti c’è una guida dedicata a cosa si mangia nelle trattorie della Ciociaria.
Come si mette insieme il viaggio
Guardando le quattro tappe di fila, il calendario si compone quasi da solo: il fagiolo di Sutri chiude agosto il 30, la festa di Velletri parte tre giorni dopo, quella di Oriolo Romano entra a metà mese e tutto si esaurisce il 20 settembre. La Ciociaria e i tozzetti dei Cimini restano invece lì per il resto dell’anno, quando le piazze si svuotano.
Un avvertimento onesto: le date riportate qui sono quelle delle edizioni 2026 e nelle sagre di paese orari e programmi possono cambiare all’ultimo, per cui prima di partire una verifica ha senso. Il criterio, alla fine, è sempre lo stesso: si sceglie un prodotto e si va dove lo fanno. Funziona nella Tuscia come altrove, per esempio negli itinerari gastronomici dei borghi materani o nelle feste italiane dedicate alla ciliegia. Cambia il posto, non il metodo.


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